La rete di Semìno è in continua espansione, alla ricerca di nuovi nodi per stringere relazioni e tracciare nuovi percorsi verso una cultura del cibo più  etica, sostenibile e giusta. Per questo vogliamo inaugurare una nuova rubrica in cui intervistiamo gli chef che hanno deciso di provare i nostri prodotti, elaborando gustose ricette che presto vi presenteremo.

Maolo Torreggiani, cuoco e inventore di Olmo, ha l’onere e l’onore di aprire le danze. Olmo è un accogliente bistrot nelle vicinanze di Piazza Azzarita a Bologna, dove è possibile sperimentare una cucina innovativa, ma allo stesso tempo casalinga: pane e focaccia fragranti, piatti unici dall’ispirazione fusion e succulenti manicaretti sempre nuovi. Dopo aver letto questa intervista non vedrete l’ora di andare a farci un salto per un brunch o una cenetta e magari scoprire il gombo e il fagiolo dall’occhio di Semìno nascosti nel menù.

Semìno: Cosa mangi quando non sei al ristorante?

Maolo: Le pappe di mia figlia.

Qual è il futuro della cucina secondo te?

I media vogliono rendere tutti chef, ma la cucina è altro. Deve essere qualcosa che renda più umano il lavoro del cuoco, rendendogli giustizia. Per me la cucina è pura passione, creatività, un qualcosa di artistico: il cuoco è colui che sa essere ninja con quello che ha.

Oltre alla qualità dei prodotti, quanto sono importanti le storie che i prodotti si portano dietro?

Tanto, ma ai clienti si fa molta fatica a raccontare le storie, perché spesso non le percepiscono come valore.

 Se ti dico “cibo come” tu come rispondi?

Arte

Il tuo capolavoro? Tutti i lievitati.

e cosa invece preferiscono i tuoi clienti?  

La mia clientela si divide tra chi si fida di me e si affida ai percorsi che io gli propongo e chi vuole i felafel o hamburger.

Cosa ti è piaciuto di più del progetto Semìno?

L’unicità del prodotto e il fatto che se hai dell’estro ci puoi fare qualcosa di unico. Creatività in cucina.

Perchè acquisteresti i nostri prodotti?

A Bologna il turismo gastronomico è legato alla cucina tradizionale, chiusa e ottusa, il ristoratore pensa più al prezzo che non all’impatto ambientale o sociale. Io li acquisterei perché sono prodotti unici, difficili da trovare altrove e poi per l’importanza del racconto del progetto, per i valori che ci sono dietro.

Cosa ti orienta nell’acquisto normalmente?

Le storie, il marketing, il prezzo e il brand, oltre chiaramente alla tipologia del prodotto e magari anche alla possibilità di coltivare ciò che lo chef cerca. In generale mi importa la freschezza del prodotto e la sua bontà, più che le sue proprietà salutistiche.